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Versi in bianco e nero


Autore: Veronica Grippa
Casa editrice: Terra del Sole edizioni
Anno pubblicazione: 2010
Prezzo: 10,00 euro
Pagine: 128
ISBN 978-88-903277-5-9
 

Leggere le poesie di Vera Grippa non è un  piacere puramente estetico o un’emozione di facile sapore contemplativo, ma un intrinseco invito alla meditazione su profili elevati di pensiero e di vita.
C’è un alto sentire, che costituisce il denominatore comune della vena creativa di questa giovane poetessa, tanto più promettente e brillante quanto più incline a sollevarsi dal contingente e dal banale.
Lo scorrere dei versi, più spesso ben scompaginati ed articolati, ma talora enucleati in un ritmo travolgente, che ne disarticola l’unità interna, si raccorda a un filone ideale e a un’onda di sentimenti, la cui originale spontaneità è comunque riconducibile a una lucidità di convincimenti, a una chiarezza di idee e a una ricchezza di interiorità, da considerare come espressione di un animo nobile, alieno da qualsiasi moto di superficialità.
In essi vibra una profonda passione per ciò che dà senso al vivere comune.
In essi pare aprirsi uno squarcio oceanico di visione della vitalità dell’essere nel mondo, del rapporto con stimolazioni feconde e illuminanti e del rigetto di tante pulsioni negative e scoraggianti.
In essi emerge un palpito d’amore per tutto ciò che conduce all’autenticità dell’attrazione prodotta dal vero e dal bello e della repulsione provocata dalle troppo diffuse mistificazioni della realtà.
L’autrice non si propone di offrire indicazioni e prospettive di azione, ma di dispiegare modelli comunicativi, atti ad arginare e neutralizzare i disvalori aggiunti, che incidono pesantemente sulla formazione e sulla strutturazione della personalità di chi si affaccia su un panorama sociale da tante distorsioni e da molteplici fonti di illusione.
La sua scelta essenziale è quella dell’esternazione di una consapevolezza profonda dei drammi esistenziali, tradotta in esortazioni, che non possono non indurre alla serietà della riflessione, come si rileva da questa appassionata sequenza: “Lascia che la forza di radichi nella tua carne,/fa che i tuoi respiri siano resistenze a esperienze passate,/fa che il tuo futuro si spalanchi,/vivilo nella quotidianità senza rinunciare a plasmarlo/… insegui i tuoi perché, non rinunciare alle tue risposte,/ ci sono e lo sai,/cercale,/afferrale e non illuderti,/un uomo che non si chiede è un uomo che teme,/la paura è un tarlo mentale che ha come sconfitta l’affronto”.
Il suo tono è permeato dal fervore di chi vuole esorcizzare i rischi di declino della dimensione vitale, propria dei giovani non con le battute ad effetto o con gli spot, ma con un forte messaggio, diretto a smascherare ogni presunzione e a demistificare qualsiasi spocchiosità intellettuale pseudofilosofica.
Viene messo sotto le lenti un mondo fatto di furbi, di maliziosi, di miopi, di parolai e di seminatori di vuoto.
Soprattutto formano oggetto di una sorta di sottile e non dissimulata deprecatio le false rappresentazioni di quanti affidano il loro futuro a idoli inconsistenti, di quanti si mostrano entusiasmati da qualsiasi dispositivo alimentato da una batteria al litio, incapaci si sottrarsi alle seduzioni del virtuale, liquidi nei rapporti e instabili nei valori.
La paura quale tarlo mentale che ha come sconfitta l’affronto, secondo il verso sopra citato, investe quella che il sociologo Zygmund Bauman ha definito “società liquida”, bollando nel contempo il ripiegamento sulla “solitudine della tastiera”.
Solo un atteggiamento di disponibilità a riscoprire e a recuperare la pienezza di dignità e l’habitus di soggetto pensante può porre nel nulla ogni fantasma.
E’ questo il filo rosso che percorre tutta l’opera di Grippa,  per riaffermare che il giovane non può essere un corpo senz’anima, né un soggetto di scambio e di consumo, come tende purtroppo a far credere una società troppo asservita al materialismo edonistico.
“What have we given?” (che cosa abbiamo donato?), si domanda ne “la terra desolata” il poeta e drammaturgo inglese Thomas Stearn Eliot, intendendo significare che noi siamo quel che abbiamo dato.
Questo libretto è veramente un dono prezioso, perché ci arricchisce e ci restituisce l’immagine di una giovinezza poetica e di una freschezza umana, capace di parlare alla mente e al cuore di tutti.

Francesco Criscuolo

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