L’ingegnosità e l’operosità degli abitanti, abili artigiani e attivissimi commercianti, ha reso la Città de la Cava, poi Cava de’ Tirreni, un centro ricco e fiorente, capace di imporsi e distinguersi economicamente e culturalmente nel contesto sociale del territorio. Alla fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento la città, fiera delle sue caratteristiche, attira visitatori da tutta Europa, così come era stato nel periodo del Grand Tour. I suoi viali di platani, la villa comunale, detta “Giardino delle Delizie”, il Teatro Verdi, oggi Palazzo di Città, i portici, unici nel loro genere nell’Italia Meridionale, le bellezze paesaggistiche dei dintorni, il clima dolce ne fanno meta privilegiata di villeggiatura. La città è in quel periodo anche brillante per le attività culturali, non solo grazie all’Abbazia benedettina della Ss. Trinità, faro di studi e di spiritualità fin dal lontano medioevo, ma anche grazie alla presenza di personalità di spicco: sono gli anni di Giuseppe Trara Genoino (1824-1900), Pasquale Atenolfi (1825-1909), Gennaro Senatore (1831-1910), poi di Marco Galdi (1880-1936), Raffaele Baldi (1898-1943), Giuseppe Trezza (1876-1955), per citarne solo alcuni. Intensa è l’attività del Teatro Verdi, che vede sul suo palco ottime compagnie, e nasce a Cava, nel 1884, Alda Borelli, appunto durante una tappa in città della compagnia del padre. In questo contesto si inquadrano le vicende della famiglia Coda, che darà i natali ad Elvira, nella vicina Salerno. Maria Elvira Giuseppa Coda, più nota come Elvira Notari, fu una delle poche, pochissime registe donne del cinema muto, ma fu anche donna d’affari, infaticabile organizzatrice fin nei dettagli della sua attività, dai più geniali ai più umili, capace di trasformarsi in attrice e in cuoca per tutta la troupe, di individuare testi da tradurre in soggetti per i suoi film e di tenere la contabilità di un’azienda. E, pur non essendo nata a Cava e avendo svolto la sua attività altrove, Elvira rimane legata a Cava, tanto da tornarvi quando, stanca e delusa per i continui attacchi della censura fascista, e forse minata nella salute, cercherà conforto e ristoro presso i suoi congiunti cavesi e qui la raggiungeranno il marito e il figlio, spinti dagli eventi bellici.
Mentre la vita artistica della Notari è stata oggetto di studi interessanti e approfonditi, rimane finora in ombra il suo legame con Cava. E restituire Elvira Coda Notari alla sua città è uno degli obiettivi che si pone Patrizia Reso in questo libro, non per un malinteso senso di orgoglio campanilistico, ma perché la regista rappresenta per Cava una figura di eccezionale valore, dal punto di vista storico, artistico e umano, ed è giusto, anzi doveroso, che sia ricordata dai suoi concittadini. Ma il lavoro di Patrizia Reso non è volto solo ai Cavesi: ci presenta un ritratto di Elvira e della sua famiglia, ci illustra la loro attività, svolta in un contesto ricco di fermenti culturali, ma mortificata da un senso della morale corrente ipocrita e opprimente, oltre che da motivi ideologici e politici. Vengono alla luce particolari poco noti o ancora inediti della loro vita, e questo in uno stile giornalistico, che permette una lettura piana e scorrevole, ma il lavoro è basato su una consultazione rigorosa e attenta delle fonti bibliografiche e archivistiche. La novità del libro sta proprio nelle “scoperte” archivistiche, tanti significativi tasselli della vita e dell’attività di Elvira e della sua famiglia recuperati attraverso una ricerca scrupolosa, condotta presso vari archivi, da Bologna a Roma, Napoli, Salerno e, ovviamente, principalmente presso l’Archivio Storico Comunale e l’Archivio Anagrafico di Cava de’ Tirreni. Gli archivi sono una fonte immensa di notizie, basta avere la pazienza e l’amore per sfogliare attentamente la documentazione e la competenza per saperla interpretare. Allora dai fogli ingialliti dal tempo verranno fuori pagine di vita vissuta, con una immediatezza e una vivezza tali da lasciare sbalorditi e commossi coloro che ad essi si avvicinano. Attraverso i documenti ci parla la storia, non solo la grande storia, ma quella che viene generalmernte definita “storia locale”, quella che interessa i vari territori e le loro popolazioni, la gente comune, le persone i cui nomi non compariranno mai nei libri di storia, ma che che della storia sono stati sovente ignari protagonisti o che da essa sono stati travolti e schiacciati. È fin troppo evidente, quindi, l’importanza di tutelare e custodire gelosamente questo tipo di documentazione, affinché il ricercatore e lo storico possano trovare in essa materiale di studio per indagare sulle nostre radici. Cava si è, fortunatamente, distinta anche in questo ed ha dimostrato, fin dal Cinquecento, una cura particolarmente attenta nella conservazione delle carte d’archivio, trasmettendoci un patrimonio immenso, ancora da esplorare del tutto. Ed esplorando, spendendo impegno e dedizione, Patrizia Reso ha ritrovato notizie che le hanno permesso di far rivivere la famiglia Notari a Cava. Vari carteggi, come quello inerente agli Sfollati, le hanno offerto materiale prezioso per il suo studio, e proficui sono stati i contatti con i tanti altri archivi da lei consultati, grazie anche allo spirito di collaborazione che ha trovato nelle varie strutture, spirito di collaborazione che accomuna chi ha competenza e passione per il patrimonio archivistico.
Rita Taglé
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